Pansoni & Cuesegnà: viaggio poetico alla (ri)scoperta di Cossignano


Che si tratti di santificare il patrono il 23 Aprile o assaggiare le prelibatezze della zona e acquistare qualcosa dagli artigiani locali alla tradizionale fiera appena due giorni dopo, la "Festa di San Giorgio" è da sempre un giorno speciale a Cossignano.

Nonostante quest'anno l'emergenza da Covid-19 ci impedisca di ritrovarci, la Pro Loco Cossinea invita tutti a festeggiare con un "tour virtuale" tra le vie del paese grazie alle parole di Niccola Pansoni: un viaggio poetico alla (ri)scoperta di Cossignano, delle sue tradizioni, le sue abitudini e di alcuni dei suoi personaggi "storici" attraverso i racconti in rima del poeta dialettale. 
I brani sono tratti da "NICCOLA PANSONI: LE CANZONE DE LU CASARÌ (sonetti e poesie in dialetto cossignanese)" edito da Moroni. Tale prezioso manoscritto, inizialmente conservato gelosamente dai familiari del poeta, venne affidato dagli stessi allo storico Mariano Malavolta che ne rese successivamente possibile la divulgazione del libro che oggi abbiamo a disposizione, pubblicazione che tra l'altro festeggia quest'anno il suo 30° anniversario.

Buona lettura e buon divertimento!

La Pro Loco Cossinea ringrazia il Professor Mariano Malavolta per la cortesia, il supporto costante e per, non meno importante, aver condiviso con noi il materiale.


Inserita nel capitolo "Bozzetti e macchiette", questa poesia racconta della coppia composta da il "patrò" Peppe e dalla consorte "sora" Caterina e della sontuosa festa che organizzarono per il loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. A festeggiamenti finiti, i due si lasciano andare a ricordi del loro matrimonio e a confessioni sulla vergogna giungendo alla conclusione che, in una vita passata insieme, questa la si condivida "na vota però".
Questo componimento apre il capitolo "Cuesegnà". Qui l'osservatore scruta Cossignano, facendone notare non solo la forma e la struttura urbanistica ma anche il territorio circostante: tante sono le cose da vedere e da fare, quasi a sembrare che si tratti di un grande paese...ma in realtà, come lascia intendere la riflessione finale, il posto è talmente minuto che per percorrere la strada più grande in due sensi di marcia, qualora stia piovendo, bisogna che uno dei due passanti richiuda l'ombrello.
Anche questa poesia si trova nel capito dedicato al paese, "Cuesegnà". Il testo altro non è che una popolare leggenda tra gli abitanti di Cossignano che narra la storia del paese, dalla nascita ancora prima che Roma fosse "fabbricata" fino agli scontri storici con Ascoli e Fermo che lo restrinsero fino a farne una piccola realtà di provincia.
"La cura del vino" del capitolo "La cantina" racconta di un simpatico dialogo tra un paziente ed il suo medico, il quale consiglia al malato, dall'alzata di gomito facile, di diminuire notevolmente l'assunzione di alcol fino ad un massimo di un litro (facendo intendere che anche un litro è una quantità misera se paragonata a quella che mediamente il protagonista è solito consumare). Qui lo stupore di "Gì Cinte" che, non avendo ben afferrato le intenzioni del dottore, chiede se un litro è da considerarsi a bevuta o ogni due ore.

Anche questa poesia fa parte de "La cantina". Un'anziana donna, "Natalina de Mesciò", osserva le stranezze di un nuovo ballo eseguito molto probabilmente da persone più giovani di lei. Molti movimenti, forse troppi, per qualcuno che è abituato al salterello (ballo popolare estremamente semplice), il quale non sono evoca bei ricordi in Natalina ma le fa anche pensare a quanto nel praticarlo non si manchi di rispetto a nessuno.
Il sonetto in questione lo troviamo nel capitolo "Lu furn". Si spiega cosa sia l'ozio attraverso un dialogo tra due individui che chiacchierando giungono insieme alla conclusione che chi non lavora (o non ha bisogno di lavorare) vive sicuramente meglio. 
"Arti e mestieri" è il capitolo che parla, per l'appunto, delle professioni dell'epoca. E nell'ambito della sartoria le strade percorribili sono due: o lavorare per il signore o per il contadino. Qui si affrontano le difficoltà del rammendare i vestiti e crearne di nuovi per coloro che lavoravano la terra, i quali tormentano il sarto con continue richieste. E non paghi dell'aver importunato l'artigiano oltre l'immaginabile potrebbero anche approfittare della sua stanchezza per sottrargli di nascosto quanto guadagnato in una giornata ricca di lavoro.
Se non si lavora per il contadino, allora lo si fa per il signore. O per meglio dire, per quelli "de su rentre", coloro che abitano dentro le mura. Anche qui la vita del sarto non è facile come si pensa: molti sono i dettagli da curare e la costanza richiesta è estenuante. E per ottenere poi cosa? "Li strille" che si sentono per tutto il paese quando viene presentato il conto.
Eccoci al capitolo "La scola" e alla considerazioni sull'ammirazione sulle "cocce bbone" intese sia come le personalità rispettabili del paese (siano esse contemporanee al poeta o storiche), ma anche come le teste dure nel senso più reale del termine, come quella di "sor Gì" che nonostante sbatta di continuo e rompa tutto quello che incontra non riporta mai alcun danno.
Questa poesia del capitolo "Dentro de casa" è una vera e propria ode ad un cane. Una descrizione amorevole delle sue forme e del suo comportamento, tanto umano e dolce da mancargli solo la parola.
Il monumento in questione altri non è che quello ai Caduti della Grande Guerra sito nello spazio chiamato oggi Piazzale Europa. La composizione, che troviamo nel capitolo "Serdati", è una riflessione di un generico cittadino sulle tempistiche di costruzione dell'opera e sui costi, commentando che quel che conta per la cittadinanza è soltanto avere un qualcosa di mesto per ricordare chi ha perso la vita in battaglia. Anche perché il rischio è che duri di più realizzare il tutto che il tempo necessario ai soldati per portare a casa la vittoria.
"Il congedo", come lascia intendere, è il nome sia dell'ultimo componimento che del capitolo conclusivo. L'autore della poesia si lascia andare a pensieri e divagazioni su Cossignano prima e sulle sue strofette poi, cosciente del fatto che un giorno rimarrà "solo" ma le sue parole non saranno dimenticate.

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